Il pruno bianco

ritorna secco.

Notte di luna.

 

Tornando a vederli

i fiori di ciliegio, la sera,

son divenuti frutti.

 

Yosa Buson

 

There’s an arc-Hey Rosetta!

 

Libera da falsi eroi e presunti miti, libera di avere un’opinione mia e di mettermi in discussione, libera dalle banalizzazioni di cui ci si riempie la bocca troppo facilmente, libera dai luoghi comuni e dalle frasi fatte, libera dalle generalizzazioni sciatte vestite da perle di saggezza, libera dalla strafottenza di chi ignora e confonde, di chi boicotta e si accoda con molto baccano e senza vergogna. Svincolata dall’arte della critica, estranea alle polemiche, libera nel rispetto. Libera dai soliti stupidi convenzionalismi di cui ci si riempie la bocca per strafottenza da sport nazionale, contraria all’aprire bocca e dargli fiato per il gusto di etichettare nell’arroganza di prevalicare nella presunzione di sapere. Libera come il vento e mai schiava, libera e consapevole, libera di scegliere. Libera e basta.

 

Il Festival di Sanremo è un evento, sono le luci del palco che illuminano il sentimento artistico di un popolo di cantanti, è il racconto di storie di vita che viaggiano scandite da ritmi di vita, è l’inno che fa eco alle voci di molti, è l’occasione per mostrarci migliori, è l’incontro di culture diverse, è lo scontro delle sciocche polemiche, è il nuovo che nasce, è l’espressione che unisce.

Bello il Festival di quest’anno, un plauso a Bonolis, uno degli oratori migliori nel palcoscenico italiano degli ultimi anni, paroliere eccentrico, uomo di cultura e funambolo mai domo tra i più svariati vocaboli, si è rivelato un direttore artistico all’altezza del compito affidatogli tracciando una trama qualitativamente migliore del già ottimo Festival del 2005 da lui organizzato.

Timoniere di una delle manifestazioni italiane di maggiore risonanza a livello internazionale, si è preso la responsabilità di scegliere canzoni inusuali per un ambiente come Sanremo, permettendo libertà d’espressione e imponendo rispetto, spegnendo con la signorilità che lo contraddistingue le polemiche sul nascere, dettando con fermezza e ironia i tempi di uno show che non manca di imprevisti e che nel bene o nel male è sempre al centro dell’attenzione mediatica e critica di un ambiente che molto spesso non conosce indulgenza.

Stupende alcune canzoni, tangibile nelle parole di alcuni un sentimento nazionale umiliato dagli avvenimenti degli ultimi anni, ritmi forti e contenuti importanti, scelte coraggiose e coraggio d’espressione.

Importante la doppia valenza di uno spettacolo così, in cui viene messa in risalto la qualità indiscussa della canzone italiana e al tempo stesso si ha la possibilità di portare su un palcoscenico diverso e di più ampio spettro contenuti profondi, gridando all’Europa che ci guarda il disprezzo per ciò che in questo paese troppo spesso accade, denunciando la violenza attraverso una canzone, mandando messaggi significativi di pace e di civile convivenza, parlando d’amore, raccontando il dolore.

Un’Italia a trecentosessantacinque gradi quella di questo Festival che trova spazio per coinvolgere un pubblico divertito e partecipe, che omaggia un grande della storia della musica come Fabrizio De André con un’esibizione straordinaria della PFM, che ci ricorda come la standing ovation non sia cosa per chiunque, che ci suggerisce come in questo paese addormentato e apatico ci si alzi in piedi troppo spesso per applaudire il nulla.

E allora via libera anche alle gag di Bonolis e Laurenti, bene così senza vallette in senso stretto a riempire tempi morti con imbarazzanti discese di scalinate tra vestiti improbabili e tacchi a spillo modello skyscraper, ben vengano ospiti come Lucio Fabbri e il suo violino, così come eccellente è stata l’esibizione dell’orchestra che ha unito classico e rock mostrando quanta meraviglia possa nascere dall’incontro tra un violino e una chitarra elettrica, perché la musica davvero non conosce barriere.

In ultimo, i miei personalissimi vincitori di questo 59’ Festival della Canzone Italiana sono Marco Masini e i Gemelli DiVersi, rispettivamente con L’Italia e Vivi per un miracolo, e l’unica cosa che mi viene da dire è grazie a loro per aver scritto due canzoni così, con parole così. 

 

per chi non usa la forza ma usa il dialogo

per chi non si arrende all’ennesimo ostacolo

per quelli che sono vivi per un miracolo

per te se come me vivi per un miracolo

guarda giù dai speranza ai sognatori e

la forza per costruire giorni migliori per

chiunque sia tagliato fuori e

guarda il cielo come me

 [Vivi per un miracolo - Gemelli DiVersi]

 

Hai presente quando ti chiedono qual è il tuo tipo ideale? Ecco, io non ho mai saputo rispondere prima, cioè prima di constatare l’esistenza di un tipo così; ed è da qui che inizio a parlarti di lui.

Immagina un fisico atletico e robusto, lineamenti delicati, un sorriso dolcissimo e due occhi profondi e onestamente buoni. Ecco, poi moltiplica per 189 cm di statura e 46 di piede, mettici pure il fascino latino d’oltralpe -c’è, t’assicuro che c’è!- e quel fare straniero che sa tanto di casa. Aggiungi l’intraprendenza e la determinazione di chi è riuscito a portare avanti contemporaneamente un’attività fisica agonistica e gli studi universitari laureandosi per tempo, e che di tempo ne ha poi trovato per dedicarsi ad un’altra passione, la recitazione, facendola diventare il suo mestiere -e qui mi sa tanto che la bravura si chiama talento.

Ma se pensi che la sua bellezza stia nel metro e novanta e negli occhi verdi allora ti sbagli, perché il fascino che possiede deriva tutto dal suo animo nobile e dall’intelligenza fuori dal comune, da un carattere sensibile e arguto, dal contrasto potente tra timidezza e spigliatezza, dallo charm e dalla classe pura e semplice.

Per il resto, pensalo pure in giacca e cravatta o in jeans e camicia, immaginalo indistintamente in un ristorante di lusso o a casa con un bicchiere di vino e un libro da leggere, pensalo mentre chiacchiera cordialmente ad un party di successo oppure immaginalo tra il verde mentre coltiva la sua passione per i cavalli. Potrei continuare dicendoti che è spiritoso e allegro, che è riservato ma cordiale, che è disponibile e gentile, che è un professionista vero e che non si è mai montato la testa rimanendo sempre fedele ai suoi principi senza mai scendere a compromessi. E poi ancora che probabilmente gli piacciono i crauti e la birra e che senza dubbio ama la scherma, che per lui l’atmosfera che si respira in una foresta non conosce eguali, così come l’amicizia non ha prezzo. Sull’amore so dirti poco, ma l’unica cosa che davvero conta so dirtela: ama tutto quello che fa e tutto quello che fa lo fa con amore.

Ora, se aggiungo pure che è decisamente un uomo di cultura ma alla mano, che conosce il lusso ma è di una semplicità disarmante, che è curioso e coraggioso, che è attraente e carismatico, che ha un cuore d’oro e il sorriso più bello che abbia mai visto…beh, dimmi tu se uno così può non essere il tipo ideale, eccheccazzo!

 

a J.R.

 

È stato uno dei primi libri che mi ha conquistata, L’origine delle specie di Charles Darwin. Fu durante le vacanze estive che le Galápagos entrarono a far parte del mio immaginario: i colori, le specie animali così particolari, quella vegetazione unica, lo studio di un uomo partito da molto lontano per seguire il suo sogno di naturalista, l’attenzione  e l’amore nel catalogare differenze e somiglianze con le altre specie già conosciute per poi giungere ad una conclusione sulla loro origine; somme che con gli anni sarebbero state ri-tirate ulteriormente ma che da lì ebbero inizio, da Charles Darwin e dal suo viaggio, da quest’uomo e dalla sua teoria, da quel paradiso nel cuore dell’oceano e quella spedizione cartografica durata cinque anni.

 

L’anniversario dei duecento anni dalla nascita di questo grande della Storia mi ha fatto ripercorrere una parte della mia vita in cui studiare scienze naturali faceva parte della quotidianità, in cui la fantasia trovava subito spazio per immaginare un’enorme imbarcazione diretta verso le Americhe, con a bordo marinai e studiosi di vario genere, e poi lui, Charles, un ragazzo come tanti sfuggito agli studi in medicina come avrebbe voluto il padre e da un collegio che lo avrebbe portato a prendere i voti, se non ci fosse stata quella nave a salpare. Ma la HMS Beagle ci fu e Charles partì; è così che la storia ha avuto inizio, grazie al coraggio di un giovane di perseguire il proprio sogno. Anche all’epoca quando Darwin era oggetto dei miei studi, questa storia vera mi diede da subito la sensazione di essere qualcosa di fantastico, un viaggio avventuroso alla scoperta dell’ignoto, e poi la sorpresa di un paradiso che nessuno conosceva, le Galápagos appunto, uno scenario inimmaginabile: pinguini all’equatore, tartarughe giganti, colori e forme mai viste da nessun altro prima, mai definite e mai portate all’attenzione prima di quel viaggio; la rotta di un uomo sbarcato su una spiaggia candida per scrivere la Storia, per raccontarci l’evoluzione, esattamente come farebbe un nonno amorevole con i nipotini, lui progenitore che ci ha insegnato cosa c’era prima di noi e come il mondo è cambiato.

Me lo immagino il Darwin di allora, spinto dal fuoco sacro della conoscenza, appassionato e assetato di vedere, toccare, sperimentare, spirito libero come il vento che muove gli oceani, giovanotto sognante in quelle notti sul brigantino, mattina dopo mattina grato alla vita e al sole che sorge; lo immagino timido e temerario, dolce come la chioma di un albero mossa dalla brezza ma forte e determinato come il tronco di quell’albero, sicuro come le sue radici, desideroso di crescere come i suoi rami, e poi verde, verde e rigoglioso come la primavera, animo sensibile e generoso, di quella generosità che hanno solo coloro che portano alla luce la cultura facendo della sua diffusione lo scopo della loro vita.

 

Io credo semplicemente che in Darwin ci fosse quell’entusiasmo proprio di chi è destinato a fare grandi cose, o meglio ancora, la naturalezza propria di chi dimostra una volontà di ferro e una passione inossidabile nel farle.

 

Impensabile che se ne tenga a distanza, perché lui senza motori non sarebbe più lui. Non affannatevi nel cercare di capire cosa lo spinga a rischiare la vita a trecento all’ora, non arrabbiatevi se non lo vedrete mai seduto sul divano a guardare un film, non sentitevi persi se continuerà a rifiutare un posto da dirigente in Ferrari, e non offendetevi se parcheggiata la monoposto nel box più famoso del mondo si è seduto sulla sella di un’altra rossa e ha continuato comunque a correre.

Uno che ha rappresentato buona parte -la migliore parte- della storia di uno sport glorioso e sofisticato come la Formula Uno, non può fermarsi di fatto mai perché uno così è nato per correre, e poco importa se sia passato dalle quattro alle due ruote, poco conta se prima lo facesse per competizione e ora solo per diletto, poca importanza ha se prima fosse in gioco un titolo mondiale mentre ora solo una birra tra amici. Non importa perché quello che hai nel dna non lo puoi cambiare e se nasci con il talento che ha lui, con la passione che ha lui, con le sue capacità e la sua voglia incessabile, mai ammutolita dai soldi, mai scalfita dal rischio, mai intaccata dalla paura, allora vuol dire che hai quel qualcosa in più che gli altri forse improvvisamente non capiranno continuando a vederti in pista, lo stesso qualcosa che ti rende unico e irripetibile. Quel qualcosa che ti fa cadere, rialzare e ripartire. Perché uno così non è la Storia a caso.

Chi diventa così grande nel proprio mestiere è evidentemente mosso da ben altro rispetto al denaro, chi si spinge fino a certi limiti lo fa perché brucia di una passione così grande da essere vitale, da non poterci rinunciare mai.

E allora non offritegli una scrivania e un contratto da capogiro, non portatelo mai dentro ad un box senza porgergli un volante, non meravigliatevi se non lo vedrete spesso nelle pit lane di mezzo mondo con le cuffie in testa, perché con buona approssimazione vi sarà più facile trovarlo nel bel mezzo di un circuito sconosciuto a dare gas, a divertirsi, ad essere protagonista del suo sogno, della sua vita, del suo giro di pista.

Non continuate a chiedervi perché continui a farlo, ma fate esattamente come prima, godetevi la classe in movimento e continuate a tifare per il talento che non si piega al lusso, all’uomo che corre per passione.

 

Solo un favore Michael: non farti troppo male quando cadi, ricorda che resti pur sempre l’uomo che meglio di tutti sa come domare i cavalli imbizzarriti.

 

Dunque, aggiornamento:

 

La tristezza è causata da una mancanza. E ora si spiega davvero tutto. Cerchio chiuso, caso archiviato. E tu, ridimensionato.

 

Sono i rumori di sottofondo che ti distraggono, ma tu hai una cosa che in pochi hanno. Se mi dici che l’ingegneria ha valore, allora risolto tutto il resto ricomincia se è questo quello che vuoi. E non pensare mai di non esserne capace, tu puoi.

 

Datti un tempo e scegli. Scandisci il tuo tempo, governalo, gestiscilo. Datti tempo ma non adagiarti, ricorda che il fiato si tira nel grigio ma la vita si vive nei colori.

 

«A volte ho una voglia pazza di mettere quattro cose in valigia e prendere il primo volo per dovunque…»

«E allora fallo, sarebbe una buona cosa. Prova, sperimenta, agisci. Ogni cosa che riuscirai a fare sarà una tua conquista

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