Quanto segue è tratto dal libro Palline di pane di Paola Mastrocola:
“[...]
Suona il telefonino.
“Come va?”
“Benissimo, Giorgio, abbiamo preso la capra”.
“Quale capra?”
D’accordo che Giorgio sta lavorando ai suoi cordless ed è migliaia di chilometri lontano in un mondo di elefanti, medici ayurvedici, […]. Però ne abbiamo parlato della capra, possibile che si dimentichi tutto?
Glielo rispiego, con calma.
“Bravi” dice.
“Grazie”.
“ E così avete adottato una capra, bravi”.
La frase mi colpisce due volte, due sberle, una a destra e una a sinistra, stereo. Prima sberla: noi abbiamo adottato una capra, non voi avete adottato una capra. Noi, Giorgio, noi! Seconda sberla: il verbo adottare. Io non credo di aver compiuto l’azione di adottare proprio per niente. Ho solo preso una capra randagia, l’ho tolta dalla strada e adesso la tengo in casa. Prendere, togliere, tenere: non adottare.
[…]
In questo preciso istante chiama Giorgio e la sua voce mi buca il pensiero omerico. Il mio Ulisse lontano.
“State andando al mare?”
“No, Giorgio, dal veterinario”.
“Perché, qualcuno sta male?”
Incantevole Giorgio: o ci considera animali, o pensa che il veterinario sia il medico degli umani.
“No, niente, le solite visite di controllo”.
“Ma proprio al mare le devi fare?”
Credo stia pensando a qualche esame da donna, tipo mammografia. Tanto vale non deluderlo: “Ma sai, al mare vengono meglio, pare”.
Io vorrei chiedergli ogni tanto dei suoi telefoni cordless, di come stanno, se la spunteranno mai sui cellulari, almeno laggiù in India. Ma Giorgio è troppo premuroso, mi riempie di domande su di noi e a me restano chiuse tutte le domande su di lui. E poi è lui che ci ha lasciati, quindi è giusto che sia lui a chiedere di noi. Lo trovo una sorta di risarcimento danni. Danni morali, molto morali.
[…]
Mi squilla il telefonino. Non lo trovo.
Frugo nella borsa. Frugo tra i vestiti. Tendo meglio l’orecchio: possibile? Possibile: era finito nella borsa frigo. Lo estraggo lievemente profumato al pecorino. Intanto la capra si mette improvvisamente a belare: non so, dev’essere terminato il materassino dei vicini. Rispondo: “Sì? Benissimo, Giorgio, benissimo”.
“Sì, il mare è di nuovo calmo”.
“No, stiamo per tornare a casa”.
“Dici cos’è questo rumore? Ma niente, è Marina”.
“Come chi?”
“No, la baby-sitter non è marina, cioè sì, anche un po’, ma non saprei con esattezza, a volte mi sembra più di campagna”.
“Chi è marina allora? No, io dicevo Marina con la M maiuscola”.
“Sì, no: è il nome che abbiamo dato alla capra, ti piace?”
“Come quale capra?”
[…]
“Pronto?”
“Sì, ciao”.
“No, bene, solo che Olli non gioca poi così tanto con la capra”.
“E perché dovrebbe giocare con una capra, scusa?” mi fa Giorgio.
Certo, chissà con quale elefantiaco problema indiano è alle prese mio marito.
“Ma così, perché gli ho preso una capra ricordi?”
“Certo che ricordo. Ma una capra non è un giocattolo”.
Frase storica. Da annali. Me la devo scrivere: la capra non è un giocattolo.
[…]
Chiama Giorgio, proprio adesso.
“Giorgio, sei cattivo” gli dico.
“No, anzi, ho appena concluso un buon affare. E come va da voi?”
“Va da schifo”.
“Perché, Emilia, che succede?”
“Succede che tu hai abbandonato noi e noi abbiamo abbandonato Marina”.
“Marina chi?”
D’accordo, non si ricorda neanche come si chiama la capra.
“Giorgio, tu ti occupi di qualcuno nella vita? No. Ti occupi dio noi? No”.
“Si che mi occupo di voi, sto lavorando come una bestia, cosa credi? Per chi credi che lo faccia?”
Eccolo il solito pretesto del lavoro. Noi col lavoro ci salviamo, diventiamo inattaccabili. Il fatto di avere un lavoro preserva la nostra libertà mentale, altrimenti indifendibile. Le fa da scudo, da paravento. Lo so che è pazzesco: in genere si pensa che il lavoro uccida la libertà. Era vero una volta, adesso non più: ci siamo talmente complicati la giornata che adesso andare al lavoro è un po’ come riuscire a raggiungere la nostra isola felice, lo scoglio riparato, solo per noi. Da pazzi! Ad esempio adesso vorrei tanto essere anch’io a lavorare, e non qui a fare le vacanze. Ma vorrei avere un lavoro con ufficio, perché un lavoro come il mio, senza ufficio, è difficile da dimostrare e quindi da far valere. “Dove vai?” mi chiedono. “Ma così, in giro…” E no! Potessi dire: “in ufficio…”
“Giorgio, tu hai staccato la zavorra, ecco cos’hai fatto!”
“Ma cosa c’entra la zavorra? Ho capito, sei di cattivo umore. Ciao, Emilia, ti richiamo”.
La tragicità del telefono, nessuno ci pensa mai. Intanto lui suona, quando gli pare, in mezzo ai tuoi pensieri, a volte anche complessi. Tu allora ci caschi e dici i tuoi pensieri a chi ti ha chiamato, ma dal punto in cui eri, non dall’inizio, e così nessuno capisce mai niente. E ci si illude di essersi parlati.
[...] “
Palline di pane è un libro che mi colpì molto. Quando lo lessi ne rimasi affascinata perché risulta essere una fonte inesauribile di domande, è un sollecitazione continua a porsi il problema, perché pone un enorme punto interrogativo sul senso, sul significato.
In queste poche righe sopra riportate, la Mastrocola solleva l’enorme problema della comunicazione, incita a riflettere sulla famiglia, e in generale su tutte le scelte che ci condizionano e che condizionano. Come sempre fornisce un invito a migliorarsi.
Tengo inoltre a sottolineare la frase scelta dalla Mastrocola ad inizio libro:
“Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento…”
[Dante Alighieri]

2 comments
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7 Aprile, 2008 a 7:11 pm
Gianluca
La Mastrocola scrive veramente bene, ed è pure ironica nel sottolineare tematiche tanto importanti. Sai che ti dico? Mi hai fatto venire voglia di leggerlo questo libro.
Ah dimenticavo: la frase di Dante è spettacolare!!!!!
7 Aprile, 2008 a 10:47 pm
acquadifonte
@Gianluca: Sì la Mastrocola nei suoi libri è ironica, è vero! E la cosa bella sta nella sua capacità di riuscire, allo stesso tempo, a smascherare quel muro di ipocrisia e convenzionalismi dietro il quale la società si cela.